Dopo la crisi record del mondo nei 200 sl: «C’è una Federica macchina e una umana»

Il primo record umano di Federica Pellegrini arriva dentro la vasca di un banale campionato italiano, non si erano mai visti primati mondiali in questa competizione perché nessuno aveva avuto bisogno di spingere tanto dentro acque amiche. Acasa, a Riccione, dove il titolo dei 200 metri è in pratica già assegnato, suo di diritto. È la distanza che preferisce e che già comanda con l’oro olimpico e con il tempo migliore, fatto a Pechino, 1’54″82 e che ieri ha abbassato di 53 centesimi: 1’54″47.
Oltre se stessa fino a sdoppiarsi e ammettere: «Esiste la Federica macchina che vedete dentro la piscina e la Federica che avete conosciuto l’altro giorno, quando me ne sono andata dalla partenza dei 400 metri, la Federica umana». Ed è la stessa ragazza che davanti al primo successo, giusto un argento, sempre sui 200, ai Giochi del 2004, era seccata perché voleva il primo posto. Fino a qualche mese fa avrebbe preso la parola umana come un insulto perché lei è quella che si allena come un uomo, è quella che pretende soprattutto da sé, è quella che decide ogni dettaglio e a 20 anni non ha paura di comandare. Anzi, «ho già vissuto tre vite» è una frase che ripete spesso negli ultimi tempi in cui la vita cambia da un giorno all’altro: dal panico per la sola idea di tuffarsi a un record del mondo.
È una vincente e per questo riesce a reggere l’urto: ha preso un oro dopo una batosta, è emersa da un’ondata di paura con un tempo da ricordare e sta con l’ex fidanzato della sua peggior nemica, Laure Manaudou, una che non nuota più, stesa dall’ansia, dallo stress, dalla noia, da tutto quello che Pellegrini mastica e sputa. Ora sa che può essere travolta, sensazione ignota perché un conto è perdere una gara, anche male, quando tutti aspettano te, come è successo nei 400 metri delle Olimpiadi e un altro è rischiare di affogare. In più i ricordi si mescolano e la brutta giornata a Pechino si salda con quella orribile di Genova. Quest’inverno è dovuta uscire dalla piscina perché le mancava il respiro, colpa di una leggera forma d’asma, ma è difficile separare gli incubi, sono informi e irrazionali. Meglio una divisione netta, la Federica umana a cui lasciare persino spazio all’improvviso e la macchina.
Tre vite, due facce, si è anche tatuata una fenice sul collo per spiegare tutte queste rinascite. È il quarto disegno che si è fatta sulla pelle, a 18 anni dopo la rivoluzione. Cambio di allenatore, di città, di esistenza, la vita a Verona e la guerra quotidiana con Castagnetti. Un gioco delle parti, lei fa la campionessa di razza, bizze comprese, lui quello che non è mai soddisfatto e ieri ha salutato l’ennesimo record con il solito commento finto acido: «Brava, ma non bravissima». Alle tabelle manca ancora mezzo secondo da limare o giù di lì, agli allenamenti non manca nulla. Fatica pura difficile da gestire anche se lei sostiene di saperlo fare. Sotto la fenice, oltre la schiena, c’è un altro tattoo, una scritta: «Nient’altro che noi». Lo ha scelto dopo una vacanza con il fratello che ne ha uno identico e che ieri, con la madre, stava a due metri dalla vasca quando Federica ha abbassato i suoi limiti: «Un dieci per cento di questo successo va a loro». Si è lasciata abbracciare prima della gara, affetto e fiducia, la donna sicura di sè in cerca di coccole pubbliche ed era dai tempi in cui collezionava tigri di pelouche, a 16 anni, che non metteva la tenerezza in primo piano. Poi ci sono state le unghie nere, le linguacce, le manate dentro l’acqua, i tacchi alti, tutti gli spigoli del mondo prima di scoprire il lato emotivo, incontrollabile e di trovarlo persino affascinante.

«Vi farò impazzire», dopo il dietrofront davanti ai blocchi dei 400 metri ha iniziato a giocare con le sue paure come faceva con le rivali. Prima dei Giochi, con lo psicologo Daniele Popolizio, ha preparato le gare usando Laure Manaudou come motivazione. Le altre avversarie non potranno mai essere un bersaglio così perfetto. Da qualche mese ha modificato la molla: sé stessa e la sua testa che infatti indica dopo il record. Il segreto è lì dentro, ci sono gli inneschi per andare più veloce, i mostri delle lunghe distanze che adesso, almeno nella sua immaginazione, la lasciano senza fiato. «E’ fatta di mattoni molto stabili», assicura lo psicologo. Lei dedica il tempo sui 200 «a tutte le donne nel giorno della loro festa» e si prepara ad affrontare il lato debole, a trovare un punto di incontro tra la Federica umana e la Federica macchina. Dopo aver spazzato via Manaudou, la rivale in amore, tocca eliminare la paura, l’ultima rivale in vasca.
GIULIA ZONCA
Fonte:LA STAMPA
Foto: AP/Lapresse-La Stampa
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